Water Footprint

Water Footprint - Vertical Farming Italia

Si parla tanto, e giustamente, di carbon footprint, ovvero di quanto un individuo, prodotto o servizio incida sulla emissione dei gas serra.

Un’impronta misurata in Tonnellate di CO2 equivalente*, che rende bene l’idea di quanto il nostro modo di vivere possa impattare sulla salute del pianeta.

Esistono diversi calcolatori a riguardo: da quello proposto da WWF, passando per quello molto accurato di Carbon Footprint,  fino a quello della nostra Ca’ Foscari di Venezia .

Ma questo non è l’unico segno che lasciamo sulla Terra, esiste un’altra, vitale, impronta: quella idrica o, per dirla all’anglosassone, water footprint

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Una problematica che in Italia sembra avere diritto di cronaca solo durante i periodi di siccità, come nel 2017 quando si sono registrate precipitazioni inferiori di oltre il 30% rispetto alla media del periodo di riferimento (1971-2000), tanto da portare il CNR a etichettarlo come «l’anno più secco dal 1800 ad oggi».

L’agricoltura è stato chiaramente il settore più colpito: la Coldiretti ha stimato in 2 miliardi di euro le perdite per coltivazioni e allevamenti derivanti dalla siccità e dagli eventi atmosferici estremi.

È nei momenti difficili che nascono le idee migliori ed ecco, infatti, spuntare diverse buone iniziative nostrane, come Irriframe, la piattaforma online promossa dal CER per informare i coltivatori su un uso più efficiente dell’acqua (si parla di un risparmio del 25-30%), o come WARBO progetto lanciato nel comune ferrarese di Copparo per verificare i benefici della ricarica artificiale degli acquiferi.

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Ma il problema è ancora più drammatico se lo si vede in ottica globale e in previsione futura

«We must produce more food with less water», affermava senza esitazioni Eduardo Mansur durante il meeting di Roma del 17-20 aprile 2017.

«Non un singolo organismo può vivere senza acqua, e non possiamo certamente produrre abbastanza cibo per sfamare la popolazione mondiale in carenza di essa», ha continuato il direttore del dipartimento Land and Water della FAO.

Secondo le stime, nel 2050 saremo 10 miliardi di persone e dovremmo produrre circa il 50% di cibo in più per soddisfare le richieste di tutti

Tutto questo è compatibile con l’attuale sistema di produzione di cibo e le riserve d’acqua disponibili?

La risposta, molto probabilmente, è no

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Ma facciamo un passo indietro.

La Terra viene giustamente definita come il Blue Planet, dato che ben il 71% del nostro pianeta è ricoperto d’acqua.

Nessun problema allora, direte!

Ecco, non proprio. Perché di questa, quella realmente utilizzabile rappresenta solo lo 0,3%.

Sì, avete letto bene. Lo 0,3%! La quasi totalità dell’acqua risiede, ovviamente, negli oceani (97,2%) e nei ghiacciai (2,15%). Il “misero” 0,65% è ciò che si divide tra fiumi, laghi e falde acquifere più o meno profonde.

E quanta di questa acqua consumiamo per produrre cibo?

In Usa l’agricoltura contribuisce a più dell’80% del consumo idrico nazionale mentre in Italia, secondo un report del 2014 di WWF, ci attestiamo attorno all’85%  (ma se aggiungiamo i prodotti importati arriviamo all’89%).

Da notare che qui non stiamo parlando di “acqua prelevata” (water withdrawal) ma di acqua consumata (consumptive water use), ovvero di acqua non più disponibile in futuro poiché evaporata, traspirata dalle piante, incorporata da un prodotto o consumata dall’uomo.

In uno studio del 2012, Mekonnen e Hoekstra hanno stilato una tabella dei litri necessari a produrre alcuni dei principali alimenti. I dati parlano da soli:

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Importante sottolineare la differenza tra le “tipologia di acqua” consumate:

  • Acqua blu: si riferisce al prelievo di acque superficiali e sotterranee destinate ad un utilizzo per scopi agricoli, domestici e industriali. È la quantità di acqua dolce che non torna a valle del processo produttivo nel medesimo punto in cui è stata prelevata o vi torna, ma in tempi diversi;
  • Acqua verde: è il volume di acqua piovana che non contribuisce al ruscellamento superficiale e si riferisce principalmente all’acqua evapo-traspirata per un utilizzo agricolo;
  • Acqua grigia: rappresenta il volume di acqua inquinata, quantificata come il volume di acqua necessario per diluire gli inquinanti al punto che la qualità delle acque torni sopra gli standard di qualità (Fonte: Ministero dell’Ambiente).

Il consumo d’acqua blu rappresenta, dunque, una misura maggiormente invasiva da un punto di vista idrogeologico rispetto alle altre due.

Siamo quindi destinati all’estinzione?

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Non ancora. Le soluzioni ci sono, e sono diverse

Una su tutte, la lotta allo spreco. Secondo la NRDC in USA il 40% del cibo prodotto non viene consumato. Dato ancora più assurdo se lo si compara al fatto che un americano su otto faccia fatica a portare abbastanza cibo sulla sua tavola.

In Europa non ce la caviamo meglio visto che un report del 2016 parla di 88 milioni di tonnellate di cibo sprecato all’anno, pari a 143 miliardi di euro andati in fumo.

Una lotta che parte ovviamente da un consumo più consapevole dell’acqua. Per questo è utile confrontarsi con un calcolatore per capire quale sia la nostra personale impronta idrica che lasciamo ogni anno sulle spalle della Terra. La cifra finale vi lascerà a bocca aperta!

Un consumo più consapevole non solo del cibo, ma anche dell’acqua residenziale: pensate, ad esempio, che una banalità come tirare lo sciacquone del bagno incide in norma del 30% sulla nostro consumo domestico annuale.

E poi, ovviamente, ci sono le soluzioni da implementare nell’agricoltura tradizionale, come quelle che abbiamo viste in precedenza, per ridurre gli sprechi dettati soprattutto da un’irrigazione eccessiva e non puntuale.

Ma non basta. Serve vincere la battaglia anche sulla metodologia stessa di produzione di cibo.

E qui, la soluzione prende il nome di coltivazione fuori suolo in ambienti chiusi e controllati

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Grazie alle tecniche idroponiche, acquaponiche e aeroponiche si può arrivare fino a un risparmio del 90% di acqua rispetto alla coltivazione tradizionale. Per non parlare del poco, se non nullo, utilizzo di agenti chimici (No pesticidi, No erbicidi).

Non solo, la realizzazione di Indoor e Vertical Farming permette anche un ritorno a un mercato più locale, e di conseguenza a una riduzione di consumi e sprechi, nonché, ovviamente a un evidente risparmio di suolo data la produttività e la densità maggiore delle colure coltivate.

Insomma, non esiste una ricetta magica, ma serve l’impegno di tutti, ognuno nel suo piccolo può e deve far qualcosa perché ricordiamoci:

No Water, No Future [Nelson Mandela]

 

 

*tCO2e: si considera l’effetto sera prodotto dalla CO2 pari a 1 e si calcola di conseguenza l’impatto degli altri gas ad effetto serra (Metano, Protossido d’Azoto, Idrofluorocarburi, Esafluoruro di zolfo e Perfluorocarburi).

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Viaggiatore amatoriale, scrittore improvvisato, appassionato di basket e surf. Laureato alla triennale in Scienze Politiche e alla magistrale con lode in Giornalismo e Cultura Editoriale. Co-fondatore di Vertical Farming Italia dove si occupa di Comunicazione e Amministrazione 🌿
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